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Notizia inserita 2 mesi fa

È mancato all’improvviso Gigi Covatta, già Parlamentare per il Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1994, sottosegretario in cinque diversi governi, in due presso il Ministero per i beni e le attività culturali. Se non era tornato ad avere incarichi di prestigio dopo la fine del PSI, per il quale insieme ad altri “reduci” ha lavorato intensamente sul piano intellettuale per restituire un posto onorevole a quella grande tradizione politica, non ha mai abbandonato la scena e affrontava la “discriminazione” cui lui ed altri erano relegati attraverso il lavoro presso Mondoperario di cui era direttore o la scrittura di innumerevoli articoli sui giornali.

Io l’ho conosciuto tardi, più superficialmente nella sua funzione di sottosegretario presso il Ministero per i beni e le attività culturali negli anni ‘90, e molto meglio anni dopo nella qualità di intellettuale combattente sui temi dell’economia della cultura. Forse perché respiravo una certa aria di famiglia, ho avuto modo di ammirare la passione che Gigi metteva nella discussione, dove sui singoli argomenti si poteva o non si poteva andare d’accordo, ma che sempre si finiva (dove si finiva, a volte imprevedibilmente) con un qualche arricchimento. Si doveva fare un certo sforzo, a volte, per andare oltre la sua naturale inclinazione al pessimismo, un aspetto del suo carattere che deve avere pesato non poco su una carriera politica nettamente inferiore alle sue capacità e ai suoi meriti politici e intellettuali.

Non saprei dire quale sia stato il maggiore contributo intellettuale al tema dell’economia e della cultura. Quello che so è che per Gigi i termini di economia, di cultura e aggiungerei di democrazia, erano congiunti. Refrattario alle semplificazioni, sosteneva che la scarsa attenzione della politica ai beni culturali, e la conseguente riduzione di risorse pubbliche, non poteva essere figlia di ignoranza o di scarsa preparazione da parte di esponenti, di partiti e delle loro maggioranze, ma era funzione soprattutto di quella crescente disaffezione da parte degli elettori-cittadini, un aspetto sottovalutato da chi, anche giustamente, era preoccupato per la tutela dei beni e le attività culturali rifugiandosi nella Costituzione o nelle caratteristiche meritevoli del patrimonio. Così si dimentica che se i cittadini sono distanti o poco interessati alla cultura è anche a causa di una certa incapacità di coinvolgerli. Se la crisi del settore parte da così lontano, secondo Covatta, è perché abbiamo a che fare con un sistema istituzionale della cultura incapace di trattare i problemi e di riuscire a modernizzarsi di conseguenza, bloccato in un circolo vizioso che solo una riforma “strutturale” avrebbe potuto rimuovere. Nel fare questo, Gigi era impareggiabile nel far emergere i paradossi e le debolezze delle proposte politiche, le carenze nelle riflessioni di molti, tanti, protagonisti della politica e della cultura contemporanea, e che se si voleva raggiungere dei risultati bisognava sporcarsi le mani, tenendo conto dell’inevitabile trade-off tra etica pubblica e interesse privato. Gigi a volte spingeva l’argomento sino all’estremo, cercando di giungere al nocciolo della questione: le riforme devono apportare un beneficio di natura pubblica, collettiva, e non vi è modo di rispettare materialmente i valori della cultura come espressi anche dalla Costituzione, se essi non si radicano democraticamente nelle coscienze dei cittadini italiani. Un problema non distante dall’altro cruccio di Gigi Covatta, quella di ridare merito ai valori ancora moderni e validissimi del socialismo italiano ed europeo.

 

Alessandro Leon